La rinascita e il dolore

    Questa mattina a Palazzo di Francia si è svolto l’incontro di poesia con le autrici Mariasole Ariot e Giovanna Cristina Vivinetto, che hanno presentato rispettivamente Anatomie della luce e Dolore minimo, due opere significative e potenti, che scuotono e suscitano profonde emozioni. Anatomie della luce è un penetrante e lacerante diario poetico, mentre Dolore minimo ripercorre l’esperienza di cambiamento e rinascita di Giovanna Vivinetto.

    A presentare quest’ultima poetessa è stata Paola Bellin, professoressa di letteratura italiana e latina e figura di spicco nell’organizzazione del festival, che attraverso un colloquio con l’autrice è riuscita a illustrare la complessità della raccolta.

    Dolore minimo è un’opera autobiografica, definita dalla stessa autrice come un romanzo in versi, che ripercorre il dolore e la metamorfosi in un’altra persona. Il titolo della raccolta è un forte ossimoro che la poetessa così spiega: il dolore, nato dall’esperienza di transito da un genere all’altro, è stato massimo, sconvolgente, ma anche minimo, perché arriva, smorzato, dopo tutto ciò che è avvenuto.

    Le sue poesie propongono una riflessione pacata che va oltre l’immaginario comune, una confessione autobiografica, un canto a bassa voce e una scoperta di sé.

    Come è emerso dal dialogo, le liriche insistono sugli elementi fisici per esprimere la necessità di analizzare e vivisezionare se stessa, e scovare il nucleo vitale del proprio corpo per poterlo ricostruire da capo. Questa separazione viene definita come una “lotta fratricida tra spirito e pelle” che serve a rendere comprensibile un corpo che si fa straniero. Vivinetto ha spiegato che, con l’avanzare della lettura, le poesie si fanno sempre più nitide perché c’è una progressiva accettazione e consapevolezza dell’essere diversa.

    Con una metafora efficace, ha paragonato il suo percorso di cambiamento alla liberazione di un mostro che, una volta rotte le catene che lo bloccavano, è stato più docile una volta accolto in sé.

    La ricchezza di similitudini e metafore naturalistiche è utilizzata dalla poetessa per suggerire che la sua esperienza non è qualcosa di abominevole o contro natura e per creare una consonanza tra la sua interiorità e ciò che succede fuori, rendendo il tutto più naturale possibile.

     

    Mariasole Ariot è stata introdotta dalla poetessa e studiosa Giovanna Frene, che ha invitato l’autrice alla lettura di alcuni brani del suo libro per riflettere assieme sul loro significato.

    L’opera replica nella sua struttura il ciclo lunare e si sviluppa dunque in ventotto “giorni”, ognuno dei quali è introdotto da una foto volutamente oscura e in contrapposizione al titolo.

    La poesia, definita astratta, rappresenta un mondo di analogie che supera quello reale, infatti la materia trattata non può essere del tutto ricondotta alla realtà, ma per essere spiegata deve comprendere il buio, le ombre e la dimensione dell’intangibile.

    L’autrice ha sottolineato un’assenza del corpo e dell’io e una deterritorializzazione della natura: il paesaggio si confonde con il corpo stesso, mostrando l’esigenza di rendere preponderante l’elemento del naturale, di ciò che sta al di fuori di sé. Come Giovanna Vivinetto, anche Mariasole Ariot parla di una corporeità frammentata, di un corpo che si disfa.

    Con dei termini forti propone un’intensa riflessione sull’io, sul disagio con se stessa, sullo spaesamento che si esprime in un frantumarsi.

    Anche nelle sue poesie ritorna il tema della natura, con le sue stagioni, le piante e la luna: Ariot sente il tempo e lo spazio come due entità gemelle, entrambe frammentate, che vengono quindi espresse attraverso una scissione sia territoriale che temporale. La poetessa decide di collocarsi in un passato non finito, in cui il trauma, pur essendo già avvenuto, non smette di avere delle ripercussioni, come una caduta che continua a esistere anche se è successa nel passato.

     

    L’incontro si è concluso con una più ampia riflessione sulla poesia e sulla necessità che il lettore sia “vergine”, per poter approcciare questi testi senza pregiudizi né dal versante letterario né da quello umano.

     

     

    Testo, video e foto di Teresa Cecchinato e Anita Zavan

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