“Sotto la porta” di Anna Girardi

    I ricordi di quella notte non sono ricordi, sono piuttosto sensazioni aggrovigliate, attimi rapidi e stropicciati. Flash intermittenti.

    Il primo flash è Cagliostro. Dormiva steso tra le mie braccia, come tutte le notti: il suo corpo morbido incastrato perfettamente nell’incavo del mio braccio, le zampe abbandonate sulla coperta, la pelliccia nera a confondersi con l’oscurità della stanza, rischiarata appena dalla luce proveniente dai lampioni esterni.

    Il secondo flash è il rumore. Il rombo cavernoso, cupo e oscuro che proveniva da sotto il letto, sotto il pavimento, sotto la terra. Sotto. Le viscere della terra, che tutti si ostinano a credere immobili, si contorcevano, annunciando la scossa. Pochi secondi e già Cagliostro era in piedi, per primo, sul letto, le vibrisse in movimento, allarmato dall’inconsueto tuono. Aprendo gli occhi, ho visto i suoi nella penombra, due bottoni giallo intenso spalancati e vigili.

    Il terzo flash è il letto. Ha iniziato a scuoterci, prima impercettibilmente, poi sempre più vigoroso, onde in movimento, come se stessimo galleggiando, come se una mano ci spingesse avanti e indietro. E spingeva, con noi, ogni mobile attorno: la scrivania, l’armadio, la libreria, minacciosi, misteriosamente animati ed incitati dal ventre della terra a spostarsi dal luogo a loro deputato; per quanta resistenza opponessero con il loro peso, scricchiolavano sulle assi del parquet divenuto, pareva, liquido.

    Ho acceso la luce, balzata a sedere sul letto. Cagliostro sembrava chiedere a me il da farsi: gli ho appoggiato una mano sul petto per tranquillizzarlo, ho sentito battere il suo piccolo cuoricino in accelerazione irregolare. L’ho stretto a me, mentre una di quelle nozioni che si crede non serviranno mai mi ha attraversato la mente: dobbiamo metterci sotto una porta, dobbiamo proteggerci sotto l’arco da questo ballo non voluto, bisogna fare presto, bisogna sistemarsi sotto una porta. Sotto. Ma, appena ho scostato le coperte per metter giù dal letto le gambe, il ballo si è arrestato. E’ finita, sussurro a Cagliostro, la scossa è finita.

    Il quarto flash è il silenzio del dopo. Siamo rimasti in attesa, al buio, seduti, per lunghissimi minuti di silenzio. Il boato era svanito, la stanza aveva ripreso la sua natura di immobile quiete. Mentre Cagliostro, esitante, si stendeva molto vicino alle mie gambe, io ho pensato con sgomento che la scossa era stata troppo forte per risultare indolore.

    Nel silenzio della mia camera indenne, ho afferrato il telecomando sul comodino, premuto il pulsante d’accensione, socchiudendo appena gli occhi per far fronte alla luce dello schermo che avrebbe illuminato la stanza, ma ancor di più alle immagini che sapevo sarebbero arrivate a breve.

    L’ultimo flash sono le immagini. Immagini confuse, sfocate, angosciate, di chi non aveva avuto il tempo di raggiungere una porta ed ora era sotto. Sotto.

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