Storie d’innocenza negata

    Alberto Matano, già noto nello scenario italiano per la carriera giornalistica e per il programma su Rai 3 Sono Innocente – di cui è autore e conduttore –, quest’oggi ha presentato a Palazzo dei Trecento Innocenti. Il suo nuovo libro racconta le storie di coloro che sono stati accusati e incriminati per reati che non hanno commesso. Tra le molte vicende, di grande rilievo è la storia di Maria Vittoria Pichi che, parallelamente a Matano, ha presentato il suo volume Come una lama, che narra la sua esperienza.
    Nel 1981, Maria Vittoria Pichi e il suo compagno di allora, Paolo, erano studenti dell’Università di Padova, nello stesso periodo in cui avvenne il rapimento del Generale James L. Dozier da parte delle Brigate Rosse. Paolo, fermato a un posto di blocco, fu arrestato poiché trovato in possesso di volantini di propaganda di sinistra. Successivamente, Maria Vittoria fu prelevata da lavoro senza alcuna spiegazione. In carcere lei sconterà cento giorni, mentre Paolo dieci mesi.
    Il confronto tra Matano e Pichi ha riguardato la “malagiustizia” e l’effetto che questa ha sulla vita di chi la subisce. Infatti le vittime di errori giudiziari vengono marchiate come criminali dall’opinione pubblica, anche quando la sentenza conclusiva affermi la loro innocenza, e sono quindi costretti a reinventarsi una vita.
    Alla fine dell’incontro abbiamo intervistato Alberto Matano.

     

     

    Quale è stata la molla che le ha dato l’idea del libro?
    Il libro nasce tra la prima e la seconda edizione del programma, perché ho pensato che di queste storie dovesse rimanere traccia. La televisione è un ottimo mezzo che permette di raccontare attraverso le immagini, come abbiamo fatto noi, con una docufiction. Il libro, però, e le parole scritte in generale rimangono, e soprattutto chiunque legga il libro può trovare in quelle parole qualcosa di unico. Il pregiudizio, il puntare il dito contro qualcuno può nuocere molto alla vita degli indagati: spero che il libro aiuti a riflettere e a evitare giudizi affrettati.

    In base a quale criterio avete scelto le storie, prima per il programma e poi per il libro?
    Il criterio guida è stato l’essere certi riguardo alla non colpevolezza dei protagonisti. Ci sono tanti innocenti o presunti tali in carcere, noi volevamo essere sicuri che la vicenda giudiziaria conclusa e quindi la loro innocenza fosse acclarata. E poi abbiamo scelto le storie sull’onda dell’emotività che le persone ci hanno trasmesso raccontandoci le loro vicende. Ci sono ancora molte storie che sono lì pronte per essere ascoltate e raccontate.

    Qual è stato il momento più difficile e il successo più grande della sua carriera?
    Non sempre, quando fai questo lavoro, quello che senti o credi che sia la cosa giusta corrisponde con la linea editoriale del posto in cui lavori: quindi è chiaro che si apre un dibattito con chi ne è responsabile. Il corpo redazionale è fatto di molte persone, ci si confronta, spesso si litiga, ma alla fine la speranza che le cose vadano nella direzione giusta prevale. Ci sono stati scontri all’interno del telegiornale, e un calo di ascolti, ma con il duro lavoro tutte le cose si sono sistemate.
    Il momento più bello è stato questa esperienza, l’idea di avere una trasmissione, di poter far vedere al pubblico un lato di me che con il telegiornale non emerge.

    Ricordando un clamoroso errore giudiziario, io vorrei citarle la strage di Alcamo Marina. Giuseppe Gulotta e i suoi compagni furono accusati di essere stati gli autori dell’omicidio di due carabinieri che avvenne nella notte del 27 gennaio 1976; dopo ventidue anni di carcere Gulotta fu assolto. Si scoprì che le confessioni degli accusati furono estorte con la forza. Questo non è il primo esempio di errore giudiziario e non è neanche la prima volta che le forze dell’ordine abusano del loro potere per, diciamo, velocizzare le indagini. Lei crede che questo fenomeno sia alla base di un sistema corrotto?
    Io credo che non dobbiamo mai generalizzare, dobbiamo ricordarci che abbiamo delle istituzioni solide e una magistratura che è uno dei capisaldi del nostro ordinamento. Ci sono però degli esempi deteriori, pensiamo a quello che sta succedendo in queste ore con il caso Cucchi. Ci deve fare riflettere: si può fare giustizia senza abusare del proprio potere, ma se accade il contrario questo deve indignarci come cittadini, perché il bene comune è prioritario ma soprattutto perché ci sono dei diritti che vanno sempre riconosciuti. La violenza, la prevaricazione, è qualcosa che dobbiamo combattere con forza, perché non può succedere di non uscire vivi da una vicenda del genere.

     

    Testo e foto di Edoardo Chiarenza e Chiara Marengo

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