“Sotto i tavoli, sotto la porta” di Monica Spigariol

I bambini in fila e le direttive date con calma, tanto è solo una prova. Per l’antincendio si esce, ma se tocca prepararsi al terremoto, si va sotto i tavoli e sotto la porta.

Ci ridiamo su, perché i culetti dei bambini sbucano dal bordo del tavolo. Avanti, diciamocelo, sveliamo questa verità per chi non ci ha mai pensato: in asilo non ci sono tutti questi banchi sotto cui stringersi. Meglio di niente certo, ma è naturale per i bimbi piccoli infilare solo la testa, esponendo tutto il resto del corpo a quel che accadrà. La testa basta e avanza, secondo loro.

Poi ci sono quelli più furbi, che capiscono che là sotto non ce la fanno, non ci stanno proprio, e seguono le maestre. Si accoccolano tra di noi sotto la porta, protezione doppia. Meglio di così…

Durante queste prove a volte sono sola, o volte no. Con le colleghe è inevitabile cercare il lato leggero della situazione. Quando sono da sola, di leggero non c’è quasi nulla. C’è il senso del dovere e la speranza di non dover mai affrontare una situazione del genere.

Il terrore di tutte le maestre che conosco è di essere sorprese dall’emergenza con tutti i bambini. Tutti i bambini sotto la tua responsabilità. Tu devi tenere il sangue freddo per loro. Loro a volte sono 28 bambini di 3 anni: tu hai addosso il peso di quelle 28 famiglie. Più la tua. Non dimentichiamo, anche tu vuoi tornare dalle tue persone care, a volte dai figli. Terrore puro.

Quando la cronaca riporta notizie di calamità, naturali e non, la mia empatia vola subito verso maestre e bambini. Però, se accade di notte, immagino cosa potrebbe succedere a me, mentre esco di casa indossando un orribile pigiama, fuori in ciabatte al freddo, senza portarmi via nemmeno una coperta, avventata come sono (che tra l’altro non si fa, ma la mia mente crea sempre quella visione lì). Adesso, in realtà, mi figuro di infagottare almeno mia figlia e di ritrovarmi lo stesso in strada, circondata dai vicini, comunque spaventati, ma più organizzati di me.

Di notte le maestre lasciano le proprie responsabilità negli abiti diurni: almeno in pigiama non devono preoccuparsi dei figli degli altri, ma solo dei propri, che già basta.

Il perché questa sia, nella mia immaginazione, la fuga per eccellenza dal terremoto, è colpa dei racconti di mia madre. Del famoso terremoto del ’76, quello in cui lei era incinta di mio fratello. Quello in cui mio papà le ha urlato “Fuori!” e si è precipitato giù dalla scale, incurante della moglie gravida, la quale ha ben pensato che fosse una follia scapicollarsi fuori dall’appartamento e ha atteso, semplicemente dov’era, a letto, che terminasse la scossa.

All’epoca non sapevano nemmeno cosa fossero le prove antisismiche.

Io oggi chiedo a mio marito quale sarebbe il punto migliore sotto cui ripararsi, a casa nostra, in caso di terremoto. Meglio che mi prepari all’evenienza, a mente calma.

In asilo ho il ruolo attaccato alle scarpe e alla mente, ma a casa no. E purtroppo io assomiglio troppo a mio padre.

 

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